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Castellaneta: vacanza a Castellaneta tra storia cutura e tradizioni

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Castellaneta: vacanza a Castellaneta tra storia cutura e tradizioni

Castellaneta, tra passato e presente la fierezza di una civitas a lungo contesa e mai del tutto conquistata

Già abitata nell’Età del Bronzo da coloni Siculi, Messapi e Japigi, l’area fertile che è situata nel cosiddetto arco Jonico, conosciuta come “la Minerva”, venne più volte assediata e poi distrutta dai Vandali di Alarico.

L’antica popolazione, rifugiatasi presso gli insediamenti più interni, ricostruì l’abitato originario intorno al 550 dandole il nome di Castanea.

Furono i pirati saraceni, stavolta intorno alla metà del IX secolo, a pretendere questa preziosa cittadella. Ma, con l’aiuto di altri insediamenti vicini, il piccolo agglomerato di case s’ingrandì fino ad accogliere all’interno di una estesa e ben difendibile fortificazione una gran quantità di genti riunite nel “Castellum Unitum”, ovvero Castellanetum.

Fu solo l’inizio di una lunga serie di passaggi di mano e dominazioni straniere.

Normanni, Aragonesi e Angioini, Bizantini e ancora Spagnoli e Francesi, per finire in un periodo di decadenza seguito alla presenza dei fiamminghi e travagliato da lotte interne tra piccoli feudatari.

Nel 1858 fu proprio Garibaldi ad interessarsi della cittadina che, a due anni dalla sua visita, si schierò compatta nel voto per l’Italia unita.

Le due guerre mondiali ferirono gravemente Castellaneta, sia per l’amaro numero di vittime preteso dal conflitto, che per la devastazione del bombardamento nazista che distrusse buona parte del centro storico. Infatti, proprio durante i festeggiamenti per l’arrivo degli alleati, le bombe fischiarono sui tetti delle case lasciando un segno profondo, forse l’ultimo, sul volto di questa mite e fierissima città pugliese.

Oggi Castellaneta è nota in tutto il mondo, ma non per il suo audace passato di cittadina combattente e per lo splendore paesaggistico e architettonico che ne fanno una delle località più amene della regione, quanto più per aver dato i natali all’uomo i cui occhi conquistarono intere platee di donne: Rodolfo Valentino.

Visitare Castellaneta è come tuffarsi a capofitto nella storia, risalendo il profondo solco naturale della più spettacolare gravina di Puglia per leggere, uno strato dopo l’altro, le epoche e le fasi evolutive che l’hanno contraddistinta nei secoli.

A partire dai siti rupestri guadagnati alla friabile roccia calcarea e disseminati lungo le pareti verticali che, in alcuni punti, giungono fino a 150 metri d’altezza. In questi anfratti, non sempre artificiali, la vita delle genti locali proseguì sfuggendo alle invasioni dei popoli nordici (Goti, Longobardi) e dei Saraceni e alla lotta iconoclasta di Leone III nei confronti dei monaci ortodossi.

Questi ultimi costituirono lo zoccolo duro della società castellanetana durante il “periodo buio” altomedievale, dal V al X secolo, costruendo chiese e farmacie ipogee o rupestri all’interno delle quali coagularono gli animi e le speranze dei molti scampati a razzie e persecuzioni. Riemersi alla luce del borgo antico, attraversando il budello di stradine tanto ravvicinate da non consentire il passaggio di due persone all’unisono, si scorgono le differenze che separano la città vecchia, affacciata sulla balaustra della Gravina Grande, e la parte più esposta, via via ingranditasi al di fuori della cinta muraria fortificata.

Edifici religiosi e civili s’alternano e si sfidano vicendevolmente in un gioco di semplicità e sobrietà architettonica.

Le soluzioni estetiche del Barocco stupiscono con ludiche conversazioni di pietra atte a raccontare percorsi di fede e ispirare vite profane a seguitare le orme dei santi martiri.

Mentre le case, quelle misere scatole bianche di calce, povere di magnificenza, diventano rifugium peccatorum lasciando poco spazio alla fantasia e al vezzo individuale espresso attraverso sporadici vasi di gerani sui balconi o nel colore delle persiane lignee ora blu, ora verdi, altre volte rosse.

Pochi i fregi e gli ornamenti dei palazzotti a due piani, quasi si volesse mantenere uno status egualitario tra nobiltà e popolo che, assai spesso, abitavano dirimpetto. Severi blasoni familiari, consunti dalle intemperie, resistono all’avanzare della contemporaneità indicando, ora qui ora là, l’origine di casati e rioni.

Parabole che nulla hanno a che fare con la passione di Cristo spuntano dai terrazzi guardando l’etere, tra i comignoli perennemente sfumacchianti e le bocche di lupo.

Tutto rivive dalla primavera, e Castellaneta si desta per celebrare la bella stagione foriera di buoni raccolti, mentre il lavoro nei campi trova ristoro nella messa domenicale e nei riti sospesi in un paganesimo mai del tutto convertito alla fede della vera croce.

Pietanze povere e ricercate diventano piacere per gli occhi e per il palato nello svolgersi lento e costante delle sagre e delle feste patronali.

E se il corteo storico in costume medievale richiama alla memoria il Sacco di Castellaneta, contestualmente alla fiera di Sant’Anna (si celebrano in luglio), la sagra “da far’nèdd” (la tradizionale farina ottenuta macinando orzo e ceci, ndr) che si svolge il 9 agosto, attira migliaia di curiosi lungo i 2 chilometri di bancarelle e chioschi allestiti per le strade del centro storico, rievocando climi e sapori tipicamente mediterranei.

Ecco allora friselle condite all’extravergine d’oliva, focacce rustiche, paste fatte in casa, prodotti caseari e carni cotte ai fornelli annaffiate di buon vino locale, addobbare Castellaneta in festa per anticipare la processione del 12 agosto; quando la stella del mare (la Madonna, altrimenti detta Stella Maris) procede in testa ad una flotta di pescherecci e paranze benedicendo la popolazione affollata sul lungomare della frazione marittima.

Anche in autunno ci sono le occasioni per ringraziare e pregare facendo della bella cittadina pugliese un luogo animato e gioioso, vibrante di tradizione e folklore.

Con la fine della vendemmia si degusta il novello accompagnato dalle castagne cotte sui carboni agli angoli delle strade (Zip’ zipe e mijr, in Novembre), che prepara al rigore invernale e alle festività natalizie.

Su tutto resta il malcelato orgoglio d’essere castellanetani, cugini, amici di famiglia, semplici conoscenti dell’attore più famoso che il cinema muto ricordi: quel “Figlio dello sceicco” al quale nessuno poteva resistere, neanche il tempo.

Così, la bella Castellaneta, ricorda il grande attore emigrato in America in ogni pietra del paese e, statene certi, quand’anche alcuno non sapesse darvi un’indicazione, tutti sapranno mostrarvi la casa dove nacque Rodolfo Valentino.

 

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