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Betlemme: viaggio in Terra Santa

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Betlemme: viaggio in Terra Santa

Un viaggio non è solo attraversare paesi e ammirare paesaggi, è anche conoscere popoli e persone. Un viaggio come questo, nella terra di Gesù, segnata da conflitti e tensioni millenarie mai sopite, è soprattutto un viaggio nei rapporti umani, tra avventura, solidarieta’ e spiritualità.

Noi, sostenendo l’asilo di Betlemme, non abbiamo voluto essere solo spettatori. Siamo un gruppo di amici, e insieme abbiamo formato un team : il “RaidforAid Team”.

Dopo tanti anni di viaggi in moto, soprattutto in Africa, ci siamo resi conto che non era più sufficiente lasciare qualche briciola del nostro passaggio.

Bisognava fare di più. Dovevamo cercare di lasciare un segno. E così abbiamo portato 4 borsoni di medicinali in Mali (2006) e raccolto fondi per i bambini abbandonati di Windhoeck (nel 2009, sostenendo Terre des Hommes, una onlus internazionale).

Quest’anno siamo andati in Terra Santa, a Betlemme. E abbiamo raccolto fondi (euro 10.000) per l’asilo costruito da don Peppino Barbesta con l’aiuto dell’Associazione Lavoratori Credenti di Lodi, ad Aida, un campo profughi alle porte di Betlemme.

Ma … il viaggio.

Come tutti i viaggi, in moto poi, ci ha regalato emozioni fantastiche. Per contenere il viaggio nelle tre settimane scarse di ferie a disposizione, abbiamo spedito le moto a Mersin, nel sud est della Turchia, e poi le abbiamo rispedite da Ashdod, in Israele, per farle tornare in Italia. Abbiamo attraversato il Kurdistan, nella Turchia più orientale, fino a Dogubayazit, una cittadina ai piedi del monte Ararat a soli 40 km dal confine iraniano.

Qui, adagiato su una rupe che domina la vallata, sorge l’ Ishak Pasa Sarayi, un palazzo che riassume in sé tutte le caratteristiche del palazzo delle mille e una notte.

Siamo poi scesi in Siria, attraversando il deserto fino a Palmyra, un splendida città di epoca romana perfettamente conservata spingendoci successivamente verso ovest, in Libano.

Qui abbiamo visitato Byblos, meta del jet set internazionale negli anni 60, Baalbek , una splendida città romana, la valle della Bekaa, balzata alle cronache perché controllata da hezbollah, il gruppo paramilitare autonomo che oppone resistenza a Israele, e il parco della foresta dei cedri, il cui albero millenario è presente anche sulla bandiera nazionale.

Nella nostra cavalcata medio orientale siamo tornati in Siria per visitare Damasco, una città nel cui centro storico cinto da mura il tempo sembra si sia fermato. Lasciata Damasco abbiamo proseguito la strada verso sud. Abbiamo fatto il nostro ingresso in Giordania e abbiamo percorso la scenografica Kings Road fino ad arrivare a … Petra. Petra da sola vale il viaggio. E’ un luogo magico, incantato.

Nonostante la moltitudine di turisti che, ormai giornalmente, la affolla è difficile non restarne affascinati.

Ci siamo piacevolmente persi nella vallata che la ospita, l’abbiamo immaginata com’era una volta … prima con le sue attività commerciali fiorenti, poi abbandonata e abitata solo dai beduini prima della riscoperta due secoli fa e prima dell’attuale sviluppo turistico.

Da Petra siamo scesi ancora a sud, fino a Wadi Rum dove abbiamo ammirato la brutale bellezza del deserto: dune di sabbia, canyon, archi di roccia, graffiti. La sera, ospiti in un campo alle porte del deserto, siamo circondati da enormi monoliti di roccia che fuoriescono dalla sabbia e che, come sentinelle, immobili e silenziosi, dominano l’orizzonte.

Il viaggio volge al termine, Aqaba con il suo golfo è la nostra ultima tappa in Giordania. Ci avviciniamo alla dogana israeliana e quando i funzionari vedono i timbri delle dogane attraversate sui nostri passaporti, i cui Paesi non sono propriamente amici, diventano particolarmente sospettosi: smontano i bagagli, controllano le moto e, a causa del nostro inglese stentato, si scocciano anche un po’. Pazienza. In quattro ore ne veniamo comunque fuori. Risaliamo verso Gerusalemme che attraversiamo sotto la minaccia di un acquazzone . Le indicazioni per Betlemme scarseggiano e i dubbi di essere sulla strada giusta svaniscono quando, improvvisamente, appare “ il muro”… che separa Israele dai Territori Palestinesi. Spiegare le ragioni che hanno portato alla costruzione di questo abominio mi riesce impossibile.

Ma il muro c’è, con tutta la sua forza dirompente. Betlemme è appena di là. Arriviamo sul sagrato della chiesa della Natività. Nella piazza antistante c’è una festa con musica e balli. Decidiamo di fare una doccia veloce e poi buttarci nella mischia. Quando usciamo dall’albergo sono solo le 9.30 ma nella piazza non c’è più nessuno: la festa è già finita e il palco dell’orchestra smantellato. Il paese è deserto, nessuno nei vicoli, e gli esercizi commerciali sono tutti chiusi. Non si respira un’aria serena.

La mattina incontriamo suor Luisa: ci accompagnerà all’asilo per il quale abbiamo tanto lavorato. Siamo emozionati, il nostro lungo pellegrinaggio attraverso tutto il Medio Oriente è giunto al termine. Finalmente conosceremo i bambini e potremo donare loro i disegni e i braccialetti che i bambini degli asili di Piacenza hanno preparato.

Mentre ci avviciniamo e attraversiamo il campo profughi di Aida, “il muro“ si manifesta in tutta la sua ingombrante presenza. L’area è in ampio degrado, adiacenti al muro cumuli e cumuli di immondizia e, a pochi metri di distanza, l’oasi felice dell’asilo. Quando il cancello si apre e udiamo le grida dei bambini un brivido ci scorre lungo la schiena. Sono lì, nel prato, che stanno giocando … ma appena varchiamo il cancello le moto catalizzano la loro attenzione e, lasciati i giochi, ci corrono incontro.

Che accoglienza! Abbiamo visto posti splendidi e conosciuto persone fantastiche ma per me, e anche per i miei amici, è sicuramente questo il momento più bello del viaggio, la foto da ricordare. Giochiamo un po’ con loro e, appena prima che tornino alle loro case, li invitiamo a salire sulle moto. È gioia allo stato puro e, nella confusione generale, dobbiamo stare attenti che non si facciano male e che tutti abbiano la possibilità di salire su una moto.

La nostra missione è compiuta, i sorrisi dei bambini e la loro felicità, il nostro più grande traguardo. La speranza è che i bambini coinvolti, che sono il futuro, possano poi sconfiggere definitivamente la maggiore tra le diffidenze: il razzismo.

Magari ricordandosi di un fratello lontano col quale tanti anni prima avevano scambiato un disegno.

” Viaggiare per bene” è più faticoso, ma anche più stimolante. Oltre all’organizzazione del viaggio ci sono anche una serie di iniziative volte a dare visibilità ai progetti e a raccogliere i fondi da investire nelle strutture a sostegno dei bambini precedentemente individuate.

Certo, soprattutto in tempi di crisi non è facile “sensibilizzare” ma, soprattutto e grazie a conoscenti , a piccoli imprenditori dal “cuore tenero” e ai tanti privati coinvolti nelle iniziative siamo sempre riusciti a raccogliere fondi che lasciassero un segno tangibile nelle strutture visitate. Mancano ancora i contributi delle grandi aziende, di quelle che con un solo gesto darebbero una grande mano.

Ma c’è fiducia nel futuro e ancora molti progetti da compiere : il viaggio stesso, l’esperienza, non è più fine a se stessa. C’è un maggiore coinvolgimento. Accanto e con i bikers viaggiano anche tutte le comunità coinvolte che, con grande partecipazione e spirito altruistico, hanno reso possibile la riuscita delle iniziative per ora intraprese.

 

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