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Investire titoli di stato (obbligazioni) governativi

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Investire titoli di stato (obbligazioni) governativi

Uno dei lasciti della recente crisi finanziaria è il sentimento di sfiducia che si respira verso l’istituzione alla base della società civile, cioè lo Stato.

Vale la pena provare quindi a capire quali rischi si assumono con l’investimento in titoli governativi.

Nel 2010 sono state gettate le basi per le riformenecessarie a rientrare da deficit non più sostenibili.

Nell’area euro si stima quindi una correzione media di bilancio di circa l’1,5% del Pil, con punte del 2,5% per i cosiddetti periferici.
Ad oggi, pur evidenziando dei progressi, le problematiche non possono dirsi risolte: le dinamiche di bilancio con gli squilibri tra entrate fiscali e budget di spesa hanno gap temporali e vischiosità politiche da dover assorbire, inoltre il problema di reputazione di alcuni Paesi non permette il rientro del premio al rischio pagato sul mercato.

In questo scenario l’Italia continua a fare la parte del leone tra i Paesi più fragili dell’Unione europea: il problema che maggiormente affligge l’economia nazionale è la stabilizzazione del debito sul Pil, tema passato però in secondo piano rispetto alla sostenibilità del deficit, che viene mantenuto in zona 4%.

Si giustifica così il buon recupero, in termini di spread, dei vari segmenti di curva italiani (tra 50-80 punti base) e il minor rendimento pagato rispetto a Paesi come Spagna (60 bp) o Portogallo (200 bp).

Se quindi gli investitori in debito italiano potrebbero sentirsi relativamente sicuri in termini di rimborso dei titoli posseduti, non dovrebbero ignorare l’impatto delle dinamiche esogene.

Il rischio più elevato deriva dalle forti interrelazioni che legano tutti i Paesi dell’Unione europea, sia in termini di scambi commerciali sia per il meccanismo di contribuzione al Fondo di salvataggio, tale per cui ogni partecipante si rende garante della solvibilità degli altri.

Cumulando, ad esempio, il contributo erogato per la Grecia e le garanzie prestate per l’Irlanda, la Germania verserà aiuti per circa 35 miliardi, mentre per l’Italia l’esborso richiesto è di quasi il 14% del deficit programmato per i prossimi tre anni.

In termini assoluti l’Italia avrebbe quindi le basi per reggere a questa evoluzione della crisi, ma un altro peggioramento del contesto potrebbe portare a nuove tensioni sui rendimenti, soprattutto se si pensa che a oggi l’Efsf risulta capiente solo per Grecia, Irlanda ed eventualmente per Paesi piccoli come Portogallo o Belgio.

Se quindi per i titoli dei maggiori Paesi europei la probabilità di una decurtazione dei nominali si mantiene piuttosto bassa, fino a quando non si troverà un accordo, ad esempio in merito all’ampliamento del fondo di garanzia o sulla possibilità che questo si finanzi sul mercato e conceda prestiti diretti ai Paesi in difficoltà per permettere di intervenire più efficacemente sul proprio debito, si dovrà accettare di subire una volatilità delle quotazioni, anche di ingente entità.

Il rischio è quindi accettabile purché sia ben remunerato: per i governativi italiani potrebbe essere interessante un ingresso sui titoli a due anni a rendimenti sopra il 2,80%, e per il decennale in zona 4,80%.

Mentre preferiamo investire in Spagna a due anni con tassi tra 3,5% e 3,75%.

 

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