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Conviene investire nelle energie rinnovabili

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Conviene investire nelle energie rinnovabili

L’Italia è uno dei mercati chiave per i produttori di sistemi energetici alternativi.La ragione è semplice: noi non abbiamo, e probabilmente non avremo mai, le centrali nucleari, al contrario degli altri Paesi del G7.

Infatti quando il governo Berlusconi ha annunciato la fine degli incentivi alle energie «verdi», i produttori di mezzo mondo sono crollati in Borsa.

Ma conviene investire nelle energie rinnovabili? Vi farò questo esempio: negli ultimi 50 anni il numero dei passeggeri delle compagnie aeree è cresciuto in modo esponenziale.

Eppure gli azionisti di Pan Am e Alitalia hanno perso anche la camicia. Morale: per investire nei produttori energetici bisogna saper scegliere quelli che cresceranno ed evitare quelli che falliranno.

Ci sono due modi per investire nelle rinnovabili: scegliere tra le moltissime company quotate nelle Borse, oppure usare Etf settoriali che faranno peggio delle migliori azioni, ma meglio nella media.

Il primo caso prevede una certa competenza sulle aziende.

Fotovoltaico, eolico, biomasse: ci sono molti produttori ed energie diverse.

A volte è più interessante investire sulle azioni di un produttore di componenti, per esempio le batterie, rispetto a un’azienda che assembla il prodotto finito, magari i pannelli solari.

Gli Etf possono essere generici (indici settoriali dei maggiori produttori scelti in base alla capitalizzazione) oppure specifici (solo industrie fotovoltaiche, eoliche eccetera eccetera).

La maggior parte delle aziende energetiche verdi sono quotate a Wall Street: americane, cinesi, coreane, europee. Alcune le trovate anche nella Borsa italiana, compreso il recente spin off del nostro maggior produttore elettrico.

Attenzione alla volatilità: si tratta di azioni molto sensibili alle notizie dei loro settori e ai bilanci trimestrali. In positivo e ovviamente anche in negativo.

Per gli Etf ricordate che quelli americani, molto numerosi e specifici, sono però non armonizzati. Vuol dire un’aliquota fiscale sui profitti molto più alta rispetto agli armonizzati che pagano il 12,5%.

 

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